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11 maggio 2026

Dirty Honey - Can't Find the Brakes

Eh, lo so, è uscito più di 2 anni fa, ma non è che i Dirty Honey siano molto popolari da queste parti, quindi mi perdonerete. Per chi non li conoscesse (ovvero tantissime persone) parliamo di una band californiana con radici nel blues/rock che suona come tante altre band americane (tipo i Rival Sons, tanto per fare un nome).

Stiamo parlando di riffoni di chitarra, qualche "ballad", ma soprattutto tanti pezzi strong. Vi consiglio vivamente di ascoltare "Won't take me Alive" per farvi un'idea. Non sentirete niente di nuovo, ma se vi piacerà, giurerete fedeltà a questi ragazzi e vi troverete a canticchiare i loro pezzi, che sono una bomba. Io li adoro.



14 gennaio 2026

Futique - Biffy Clyro

L'autunno 2025, oltre ai già citati Ministri e Deftones, ha visto un altro disco farsi strada nelle mie orecchie, ed è Futique dei Biffy Clyro, un'altra band che ho sempre ascoltato ma mai con particolare attenzione. 

E allora perché l'hai ascoltato? Perché me l'ha consigliato Davide Autelitano, meglio conosciuto come Divi, il cantante dei Ministri. Nelle chiacchiere post showcase di settembre, alla domanda "cosa stai ascoltando in questo momento?" (grazie Livio per avermi fatto questa domanda, quest'estate), lui puntò il dito proprio su questo disco.

I Biffy Clyro suonano sempre genuini, mai artefatti e con influenze diverse a seconda di cosa frulla per il cervello di Simon Neil. Anche in questo caso, la risultante è un disco di buon rock, godibile e di facile ascolto (se siete amanti del genere, ovviamente). Diciamo un buon 7 in pagella.



27 dicembre 2025

Ministri - Aurora Popolare

Il nuovo disco dei Ministri è una bomba. Che poi è nuovo relativamente, visto che è uscito a settembre. E dalla presentazione fatta al Daste di Bergamo, con tanto di miniset acustico (hanno suonato 7 delle 10 tracce del disco), per me è stato un continuo crescendo. Nell'ultimo mese, nei mie tragitti in macchina, non ho praticamente ascoltato altro.

Il singolo che aveva anticipato l'uscita del disco, "Boom", in realtà non mi aveva fatto impazzire. O meglio: la musica mi piaceva molto, ma i testi li trovavo quasi banali. Però ho pensato "questa dal vivo spacca".

Poi, come dicevo all'inizio, alla presentazione bergamasca (fra l'altro: bellissimo spazio, il Daste) in cui i ragazzi hanno spiegato i pensieri che stanno dietro ogni canzone, mi sono appassionato e ho ascoltato bene bene tutto il disco e mi piace veramente tanto.

"Squali nella bibbia" è la mia traccia preferita. Altre canzoni per me molto degne di nota sono "Spaventi", che sembra parlare di mia figlia Anita, la title track "Aurora Popolare" e poi la doppietta "Astronomia e Nostalgia" +"Terre Promesse" che sento molto mie.

Insomma, i Ministri, sono al 100% quello che io mi aspetto da un gruppo rock: chitarre distorte, pensieri profondi, canzoni che rimangono. E poi loro tre sono veramente simpatici e super disponibili con tutti. Li amo.



15 ottobre 2025

deftones - private music

Strano rapporto, quello tra me e i Deftones. Li ho sempre ascoltati, ma senza entusiasmi particolari. Nonostante questo continuavo a dargli un ascolto ogni tanto, anche solo per il fatto che sono "amici dei Tool". E poi quest'anno: Boom! Quando si dice "il disco giusto al momento giusto". 

Sarà che sto passando un periodo un po' oscuro, sarà che ho rabbia che non riesco a sfogare, fatto sta che è stato amore al primo ascolto. Riffoni di chitarra pesante, atmosfere malinconiche, grandi aperture quasi oniriche: tutto al posto giusto, coinvolgente, emozionante.

Disco da heavy rotation.



08 agosto 2023

Gaupa - Myriad

Giusto per non lasciare morire questo blog, vi farò una recensione "capata" come direbbe il buon Monty, di una band che ho scoperto recentemente e che mi piace parecchio.

I Gaupa sono una band svedese relativamente giovane, infatti il loro primo EP è del 2018. Hanno poi realizzato due full-lenght: nel 2020 è uscito Feberdrom, mentre nel 2022 ha visto la luce il disco di cui vi parlo oggi: Myriad.

Per capirci, di che genere stiamo parlando? La band trova la sua strada grazie a riffettoni di chitarra tipici delle canzoni rock (si pensi a Queens of the Stone Age o ai primi Muse) accompagnati da melodie vocali che sembrano ispirarsi a Bjork. Il risultato sono canzoni più rocchettare (la opening track "Esoskeleton" o "My Sister is a very angry Man") alternate a canzoni più melodiche ("Moloken", "Elden") e in chiusura ci scappa un brano quasi prog rock.

Come sempre, non siamo davanti al disco del secolo, ma vi assicuro che è un bell'ascoltare.





01 maggio 2022

il battesimo del fuoco

Ho sempre cercato di trasmettere la passione per la musica alle mie figlie e loro sembrano gradire, quindi a poco a poco parlo loro dei Led Zeppelin, dei Beatles, ma anche dei Soundgarden, o i Royal Blood, soprattutto nei nostri continui spostamenti tra Milano e Bergamo.

I Ministri e Caparezza, tra gli italiani, sono quelli che attecchiscono di più, quindi Venerdì 29 aprile c'è stato finalmente il battesimo del fuoco e le ho portate al loro primo concerto: i Ministri a Trezzo d'Adda. Sia Anita che Elena erano super felici. Anita addirittura ha detto che a un certo punto si è commossa.

Lo show è stato (come sempre) travolgente, già dalle prime note della prima canzone, che per l'occasione era "Peggio di Niente". Ovviamente mi sono guardato bene dallo spoilerare alle mie figlie l'ormai tradizionale stage diving del cantante sulle note di "Il bel Canto", così da potermi godere a pieno le loro facce e le loro reazioni.

Serata mitica.




01 aprile 2022

Ghost - Impera

Ho visto un meme che recitava più o meno così: "i Ghost sono il figlio illegittimo degli Abba e i Black Sabbath". E devo dire che ci va abbastanza vicino: le chitarre distorte e i toni cupi si mixano piacevolmente con coretti e melodie pop. 

Annoverati come band metal, infatti, i Ghost vengono spesso accusati di non essere metal. E anche questo ha senso. Ma noi della nutrita redazione di Suevele ce ne sbattiamo allegramente di etichette e cliché vari, per cui passiamo a recensire (più o meno, dai) l'ultima fatica del gruppo svedese, dal titolo Impera.

Vi spoilero già il finale: dopo un ascolto abbastanza accurato, a me il disco piace. E pure parecchio. Non sarà certo un album che passerà alla storia, sia chiaro, ma chi ama i Ghost, ci ritroverà tutti gli elementi che li contraddistinguono, ovvero le atmosfere barocche, il massiccio uso di synth, le chitarre pesanti, un po' di rock sinfonico e nel brano "Respite on the Spitalfields" pure una strizzatina d'occhio al prog rock.

E basta, penso non ci sia altro da dire, perché da un certo punto in avanti si passa veramente nei gusti personali e, come detto, a me loro piacciono parecchio. Dategli una possibilità, lontani da preconcetti, e se non vi piacerà non vi biasimerò di certo.



18 gennaio 2021

I shot my love today...

 "So kill your health and kill yourself

And kill everything you love

And if you live you can fall to pieces

And suffer with my ghost..."



13 aprile 2020

i dischi della mia vita - born to run (1975)

Ogni tanto ho bisogno di riascoltarmi Born to Run, non so bene perché.
Sarà perché è il primo disco che abbia mai ascoltato di Bruce Springsteen.
Sarà perché è l'unico disco del Boss che non mi stanca mai.
Sarà perché è uno degli ultimi dischi di Bruce che è ancora tutto genuino.
O sarà anche per quella copertina magnifica che, quando la aprivi, si componeva di un'immagine a due (dove l'altro è Clarence "Big Man" Clemons) che ispirava una simpatia congenita.
No, quest'ultima cosa non c'entra niente, perché, quando l'ascolto, lo ascolto e basta.

Ma torniamo all'origine: io nel 1975 mica c'ero.
O meglio, c'ero ma ascoltavo al massimo i Matia Bazar o i Pooh. D'altronde avevo solo 5 anni, che pretendete?
M'imbattei per caso in questo disco nella Biblioteca di Celle Ligure.

Dovete sapere che all'inizio degli anni '80 ci fu questo evento straordinario: l'apertura della biblioteca di Celle, appunto. Si trovava nei locali della scuola elementare ed era costituita da 2 stanze di dimensione abbastanza ridotte. C'erano pochi libri, ma  - meraviglia inaspettata - c'era uno stereo, con delle cuffie attaccate. (d'altronde in biblioteca si sta in silenzio)
E all'interno del classico mobiletto nero dello stereo, al piano più basso, c'erano una trentina di LP.
All'epoca io ovviamente non possedevo uno stereo, ne' tantomeno delle cuffie con cui isolarmi e ascoltarmi la musica per i cavoli miei, quindi - nei giorni successivi all'apertura, mi ascoltai alcuni dei dischi presenti. Quando arrivai a Born to Run, beh, l'innamoramento fu immediato.
E non avete idea di quante volte tornai in biblioteca solo per ascoltare quel LP. Mi ricordo ancora di una volta che alzai lo sguardo e vidi la bibliotecaria che rideva sotto i baffi e mi fece segno di fare silenzio, col classico gesto dell'indice davanti alla bocca. Chissà che suoni scomposti stavano uscendo dalla mia bocca in quel momento.

Penso sia prerogativa solo dei grandi artisti riuscire a realizzare qualcosa che sia al tempo stesso orecchiabile, ma che cresce con il passare degli ascolti. Eh, beh, direi che Bruce nel 1975 ci riuscì in pieno.
D'altronde un disco che comincia con "Thunder Road"...


03 novembre 2019

il difficile compito di parlare dei Tool

Dopo un'attesa interminabile (13 anni) finalmente un paio di mesi fa è uscito il nuovo album dei Tool. C'era così tanta aspettativa a riguardo che la delusione era quasi inevitabile, ma sull'altro piatto della bilancia c'è un amore talmente radicato per la band californiana per cui non ne parlerei male neanche sotto tortura.

Sì, vabbè, ma quindi com'è 'sto disco? Ecco, è veramente difficile parlarne, nonostante io lo trovi magnifico. Sì, perché le critiche che gli sono state mosse (tipo che non è "niente di nuovo" nella storia dei Tool, o che la struttura delle canzoni è molto simile) sono tutte comprensibili.
Da una band che è sempre stata all'avanguardia ci si aspetta qualcosa di più, lo capisco, soprattutto dopo 13 anni di attesa.

Ma il problema è che i Tool, come dissi anche riguardo al concerto, non sono di questo mondo. Sfuggono al gioco del "bello/non bello". Sono un'esperienza sonora in cui puoi tuffarti solamente da solo, in silenzio, possibilmente al buio, o passeggiando da qualche parte.
Le loro canzoni sono talmente tanto elaborate, strutturate e ponderate nota per nota, che devi prenderti del tempo per ascoltarle, non le puoi mettere in sottofondo mentre fai altro.
Devi lasciare che crescano, si diramino dentro di te, ti possiedano.

E qua succede il vero casino: oramai siamo abituati a fruire della musica in maniera talmente veloce, che un brano ci può anche conquistare, ma una settimana dopo, ne abbiamo già un altro in testa.
Lancio una provocazione: se uscisse adesso "Shine on You Crazy Diamond" dei Pink Floyd, chi avrebbe la pazienza di ascoltarla tutta, per poi riascoltarla e ascoltarla ancora?

Tutto questo per dire che son due mesi che ascolto "Fear Inoculum" e non ho ancora smesso. Sono ancora lì che lo esploro, che cerco di capire quale sia la mia canzone preferita, che seguo le linee del basso, e cose così. A me piace molto. Ma il giudizio non può che essere squisitamente personale. Alle fine la musica quello deve fare: emozionare me. Gli altri avranno la propria opinione.


18 giugno 2019

Tool + Smashing Pumpkins live - Firenze Rocks

Difficile veramente trovare le parole per descrivere il concerto di Firenze di giovedì scorso. Specialmente se hai delle aspettative molto alte nei confronti di un gruppo e queste aspettative vengono superate.
E dire che fino a un minuto prima dell'inizio dell'esibizione dei Tool, ero lì che mi chiedevo chi me l'aveva fatto fare di andare fino a Firenze in un giorno infrasettimanale a patire il caldo e a vedere il palco praticamente con il binocolo. Sì, perché il famoso "Pit" (per i non avvezzi: la zona antistante il palco dove si entra solo con un biglietto quasi introvabile) del festival fiorentino è enorme. Talmente grande che relega noi sfigati con biglietto normale a godere del concerto da distanza siderale.

Ma andiamo con ordine: parto da Milano alle 13,40, con prima a tappa a Pavia, a prendere il buon Armando detto Paci, e seconda tappa a Genova, per raccattare anche mio nipote Giacomo. Alle 18,30 circa arriviamo a Firenze, con un discreto anticipo rispetto all'orario di esibizione degli Smashing Pumpkins, proprio come desideravo.
Sul luogo ci incontriamo con il mitico Andreone, milanese trapiantato a Roma già da qualche anno, che è arrivato da solo dalla Capitale.


Salgono gli Smashing Pumpkins. Con la formazione originale quasi al completo (manca solo D'arcy Wretzky), Corgan e soci danno vita a una performance live abbastanza fiacca che, come si può ben immaginare, trova i più alti riscontri di pubblico nel momento in cui vengono suonate le canzoni vecchie come "Bullet with butterfly wings" "1979" o "Cherub Rock". Non so se è per il caldo o - molto più probabilmente - per la mia abitudine a vedere i concerti dalle prime file, ma non riesco più di tanto ad appassionarmi. Mi sembra un live act di tanto mestiere e poca passione.

Alle 21,45 come da programma salgono sul palco i Tool. L'inizio è una tripletta terrificante, costituita da "Aenima" (probabilmente mia canzone preferita), "The Pot" e "Parabola" (altri due brani che adoro). La gioia mi esplode da ogni poro. A poco a poco mi succede una roba strana, che con non poca difficoltà cercherò di descrivervi.
Passato l'entusiasmo iniziale quasi bambinesco, inizio a farmi assorbire veramente dal concerto. I suoni sono praticamente perfetti, loro sono magnificamente sincronizzati, le luci sono pazzesche. Mi parte una sorta di sindrome di Stendhal in cui fagocito tutto: luci, colori, musica; e ne respiro a pieni polmoni.


Ma il vero transfer comincia quando il gruppo suona "Descending", il primo inedito tratto dal disco che uscirà ad agosto. La canzone non la conosci, quindi non canti, ma bensì cerchi di ascoltare ogni singola vibrazione. E lì, davanti a uno spettacolo audiovisivo incredibile, capisci la grandezza dei Tool: sono talmente fighi dentro, che non conta se sei a 40 metri da loro, non conta se Maynard si intravede nel buio, non conta se Adam e Justin si muovono appena sul palco. Loro giocano una partita totalmente diversa dai normali gruppi rock. Anzi non è neanche lo stesso fottuto campo da gioco (citando Pulp Fiction).
È come se loro quattro fossero solo una parte dello show, tipo l'orchestra all'opera.
Gli schermi proiettano immagini "alla Tool" (vedi i loro video), le luci fanno cose mai viste a un concerto (semmai a uno spettacolo teatrale tipo La Fura dels Baus): si alzano, si girano, si abbassano, cambiano assetto, ecc. E la musica è perfetta. Riconoscibile, perché il marchio di fabbrica è quello, ma nuova. Una sinfonia di chitarre pesanti, basso dai suoni assai singolari e batteria martellante. Pubblico in religioso silenzio.
Finito il pezzo la platea esplode e mi sembra di assistere a un evento di quelli che "d'ora in poi non sarà più la stessa cosa".
Da quel momento in poi sono completamente in trance. A un certo momento, su "40 six & two", sono talmente euforico che abbraccerei anche gli sconosciuti.
Finisce dopo un'ora mezza di esibizione (come a Milano nel 2006), ma che razza di concerto, ragazzi!

16 aprile 2019

effetto Massi

Si chiama "effetto Massi" quando scopri un cantante o un gruppo che gli altri conoscono da 5, 10 o addirittura 15 anni e ti piace particolarmente, quindi ti senti un po' fuori dal mondo.
Il nome prende spunto da Massimo Federico che ogni tanto ammette di essere venuto a conoscenza di tale band ben in ritardo rispetto alle persone che si aggiornano con una certa costanza.

Beh, io mi considero uno che si aggiorna abbastanza, ma fino ad oggi mi sono completamente fumato i Black Stone Cherry. Il gruppo americano - ormai prossimo ai 20 anni di carriera - fonde il southern rock con dei riffoni di chitarre distorte e il risultato è più che piacevole alle mie orecchie.
Talmente piacevole che mi chiedo come mai nessuno me li abbia segnalati e mi ritrovi costretto a ringraziare YouTube che me li ha messi nelle orecchie dopo qualche video preso tra i miei preferiti.

Beh, oramai mi sono fatto una playlist su Youtube e me li ascolto a manetta da una settimana.
Best song, questa qua:

16 febbraio 2019

Feral Roots

Il nuovo disco dei Rival Sons è una bomba. Già.
Non so se sia il passaggio alla nuova etichetta, oppure il completamento di un percorso di maturazione artistica o non so cos'altro, fatto sta che Feral Roots è una bomba.
Mi piacerebbe argomentare meglio, spiegarvi nei dettagli il perché, ma non sono un critico musicale, sono solo un appassionato di musica (rock, soprattutto) e posso dire che sin dal primo ascolto la nuova fatica del quartetto di Long Beach mi è apparsa come la punta più alta della loro carriera.

Lo ascolto oramai da due settimane, almeno una volta al giorno e non ci ho trovato una canzone brutta. O meglio: non riesco a trovarne una preferita, perché cambio di giorno in giorno.
"Do you worst", il singolo che ha anticipato l'album, l'avevo archiviata nella mia testa un po' troppo facilmente, perché mi sembrava molto o addirittura troppo simile a quanto fatto dalla band fino a questo momento.

Ma con l'album, ecco arrivare delle cannonate come "Sugar on the Bone", "Back in the Woods" o "Too Bad" e ti scappa un "porca troia" dalla grinta e dall'intensità di ciascun pezzo.
E vi dirò di più: le cosiddette ballad, che skippo con estrema facilità nei dischi rock, mi piacciono da impazzire.
Per me disco imperdibile.



18 gennaio 2019

il problema dei Queen

Poco prima di Natale è uscito "Bohemian Rhapsody", il film su Freddie Mercury, ed è stato un gran successo al botteghino, tanto che fra poco, mi hanno detto, uscirà pure la versione "karaoke" del film, in cui - nei momenti musicali - si potranno cantare le canzoni insieme ai Queen.
Lasciando perdere il senso di schifo che mi dà l'idea di una sala con 200 pecoroni che cantano insieme canzoni strafamose (non è quello che forse faccio anche io ai concerti???), devo dire che ho sempre avuto un problema coi Queen. Ed è difficile parlarne senza sembrare snob.

Avendo due fratelli più grandi, la mia formazione musicale è stata un po' prematura rispetto a quella dei miei coetanei. I primi 33 giri che sono entrati in casa mia erano dei Dire Straits, quando avevo 10 anni. E per la musica, così come per il cibo, o altro, il gusto si sviluppa, si evolve, esplora.
Quindi a 14/15 anni ascoltavo i Pink Floyd, gli Iron Maiden, gli AC/DC, gli U2. Anche tanta rumenta, per carità, non lo nego.
Però - fatto salvo per poche canzoni - i Queen li ho sempre trovati troppo pop e pure molto furbetti.
E così, nel periodo in cui godevo a sentire le chitarre distorte e i riffoni di chitarra, le canzoncine tipo "We will rock You" o "We are the Champions" mi sembravano delle gran paraculate.
Non mi dispiacevano gli assoli di Brian May, per carità, ma - prima ancora di saper dell'esistenza del marketing - tutte quelle strizzatine d'occhio al pubblico, con i ritornelli facili da cantare non mi sono mai piaciuti. Mi vantavo di essere più duro e puro.

Ricordo quando uscì "Radio Ga-Ga", probabilmente una delle canzoni più brutte che abbia mai sentito ad opera di un gruppo rock, che veramente ebbi un moto di schifo. Quando passava alla radio, abbassavo il volume o cambiavo stanza (cambiare stazione non era contemplato).
Insomma, tutto questo per dire che ho seguito attentamente la carriera dei Queen, ma sempre da lontano, senza che entrasse nel mio spettro musicale.
E adesso che con questo film vengono ancora più osannati dal grande pubblico, io guardo tutti dal mio piedistallo snob, e dico: "bah, musica per chi non ne capisce".



31 maggio 2018

i nuovi Alice in Chains

Avevo giurato a me stesso che - dopo la dipartita di Layne Staley - non avrei più ascoltato gli Alice in Chains, in qualsiasi veste si fossero (eventualmente) ripresentati sulle scene.
In effetti, quando nel 2013, pubblicarono "Black gives Way to Blues", li snobbai senza pensarci troppo su, nonostante i pareri positivi riscontrati da amici o su riviste specializzate.

Poi uscì "The Devil put the Dinosaurs here" e - non ricordo come e perché - ma lo ascoltai e me ne innamorai.
Cioè, si sente che sono gli Alice in Chains: il suono e le melodie, sempre state appannaggio di Jerry Cantrell, sono vive e vegete. Manca la voce di Layne, ma il risultato è più che soddisfacente.

Ora è uscito il singolo di quello che sarà il nuovo album (uscita da definire) ed è una bomba: ce l'ho in testa da un paio di settimane e mi piace un casino.
Insomma, se un nuovo gruppo che viene fuori dal nulla facesse un singolo così, sarei entusiasta.
Onore a Cantrell, quindi, che è riuscito nel difficile intento di rimettere in piedi gli Alice in Chains senza far patire troppo i nostalgici (come me) e portare avanti la sua idea di musica.


20 ottobre 2017

sempre più foos

Nel panorama musicala internazionale, probabilmente il gruppo che incontra maggiormente i miei gusti musicali sono i Foo Fighters. Ho già speso parole di elogio per Dave Grohl e il suo gruppo e con l'uscita del nuovo disco, probabilmente non farei altro che confermare tutto ciò che ho scritto in passato.
In effetti Concrete and Gold, così come il precedente Sonic Highways mi piace tantissimo. E così come per il precedente, l'aspettativa è talmente alta, che il primo ascolto mi fa dire "tutto qui?".
Poi, ascolto dopo ascolto, la goduria cresce, i brani iniziano a separarsi l'uno dall'altro, trovando una propria identità e le mie orecchie accarezzano linee di basso, seconde voci e altre peculiarità che mi fanno entrare sempre più in profondità nelle melodie del gruppo americano.

La costante crescita musicale dei Foos, secondo me, si vede soprattutto in questo: la complessità delle loro canzoni. Nati dalle ceneri di quello che veniva chiamato grunge, genere che preferiva la genuinità e la grettezza dei suoni alla patinatura di alcuni gruppi musicali, con il passare del tempo le melodie si sono stratificate, i suoni diventati più complessi, ma tutto questo è successo senza perdere la potenza del rock energico.

Ascoltando questa loro ultima fatica, mi sovviene un'intervista fatta per il ventennale dell'uscita di Superunknown dei Soundgarden, in cui Dave Grohl racconta quegli anni e come tutti quelli che ruotavano intorno alla scena musicale di Seattle stessero cercando il giusto equilibrio tra le melodie dei Beatles e la "cattiveria" dei Black Sabbath. E sempre Grohl dice che, quando ascoltò per la prima volta "Black Hole Sun", lui disse "ecco, loro ci sono riusciti".
Beh, ascoltando canzoni come "The Sky is a Neighborhood", mi sembra che il buon Dave stia ancora perseguendo quell'equilibrio. E per me ci sta riuscendo alla grande.


16 giugno 2017

Green Day live @ Monza

Ero preparato a pogare insieme ai ragazzini, e invece il concerto di ieri sera all'Autodromo di Monza, già dal primo arrivo mi ha riservato una sorpresa: c'era un sacco di gente sui 30/40 anni. Poi ho fatto mente locale e ho pensato che Dookie è del '94; son passati più di vent'anni. E anche i fan dell'ultima ora, insomma, dall'uscita di American Idiot sono passati 13 anni. Tanto giovincelli non devono essere neanche loro.

Sono arrivato nel prato antistante il palco che i Rancid praticamente stavano salutando. Tempo di trovare l'entrata al "Golden Circle" (quello che ho sempre chiamato "pit") e mi piazzo bene in centro, abbastanza vicino al palco, giusto al di là della schiera dei superfan. Sono soddisfatto.

Alle 21,00 in punto, come da programma, comincia il concerto in maniera assai singolare, con un coniglio gigante che sale sul palco e balla sulle note di "Hey yo, let's go" dei Ramones (fra l'altro, ho visto parecchia gente con la maglietta dei Ramones, ieri sera). Mi sfugge il perché di questa entrée, ma pazienza. Poi, sulle note dell'aria di "il buono, il brutto e il cattivo", scritta da Morricone, finalmente entrano loro tre. Che poi sono 6, perché ci sono ben tre turnisti.
Comincia il vero concerto con "Know your Enemy" e la gente impazzisce. Neanche il tempo di sparare un "Buonasera, Monza" che Billie Joe inizia coi suoi "say yeeee-oooh" per far cantare il pubblico (e alla fine dello show se ne conteranno veramente troppi). Già durante la prima canzone una ragazza sale a cantare, e - finita la sua parte - viene praticamente spinta da BJA a fare stage diving.

E niente, il concerto dura due ore e mezza ed è tutto così: coinvolgimento del pubblico (ben tre saliranno sul palco a cantare/suonare), adrenalina a palla e musica a ritmo serrato, eccezion fatta per le ultime due canzoni "Ordinary World" e "Good Riddance (time of your life)" eseguite in acustico dal solo cantante.

Mentre torno a casa, penso che sicuramente è stato un concerto imperdibile. Ma soprattutto uno spettacolo, perché - se si può muovere una critica al trio californiano - tanto la musica è bella e coinvolgente, quanto loro rendono il tutto un baraccone composto di luci, suoni, esplosioni un po' sopra le righe. Mi sono divertito un sacco, per carità, ma andava bene anche una cosa un po' più contenuta.


14 giugno 2017

di nuovo tibie

Ci sono voci che ti infastidiscono e voci che ti scaldano il cuore già dal primo ascolto.
Conosco un sacco di gente irritata dalla voce di Carmen Consoli, per esempio. Così come c'è una mia amica che non può ascoltare i Muse a causa del timbro vocale di Matt Bellamy.

Al contrario, io adoro James Mercer già dalla prima volta che ci siamo "incontrati". La sua vocina indie mi culla verso un mondo parallelo fatto di calma e piccole gioie. Musicista molto interessante e autore di liriche spesso ironiche, il buon James trova nei The Shins il suo megafono favorito, essendone il compositore e ormai anche l'unico produttore nel nuovo lavoro "Heartworms".

Il disco - come il precedente "Port of Morrow" - per alcuni versi risente delle influenze elettroniche che Mercer ha percorso con il suo amico Danger Mouse nel progetto Broken Bells, come per esempio in "Cherry Hearts", la mia traccia preferita, o in "Dead Alive", che sembra proprio un pezzo dei BB.
Dall'altro lato, invece, per le ballate, si adagia sulle sue radici indie folk, come in "Middlehall" o nella title track "Heartworms".

Nel complesso un disco bello bello, che mi accompagna quotidianamente ormai da un paio di mesi.



18 maggio 2017

Chris Cornell 1964-2017

E niente, se n'è andato. Non si capisce ancora come sia potuto succedere, ma se n'è andato.
Ho sperato a lungo si trattasse di una bufala, perché stamattina proprio non me ne capacitavo, ma ormai la notizia è confermata.

Non sono bravo a scrivere epitaffi e in effetti non so perché sto scrivendo queste righe. Ma mi sembra impossibile non rendere omaggio a uno dei più grandi personaggi che la musica rock abbia avuto negli ultimi anni.
Quando mi chiedevano "che dono di natura vorresti avere?" ho sempre risposto "la voce di Chris Cornell negli anni '90". Ma in realtà quello che più gli ho invidiato era la capacità di scrivere canzoni magnifiche una via l'altra: con i Soundgarden, con gli Audioslave, ma anche da solo.

Mi mancherai veramente tanto, Chris. Ma proprio tanto.


08 marzo 2017

divide (si legge divàid)

Provo una naturale simpatia per Ed Sheeran, non so perché. Forse a causa di quell'aria da ragazzino un po' impacciato, chissà.
Lanciato sulla scena musicale dalla sua "Thinking out loud", rischia di finire nel purgatorio dei tanti artisti di cui ci si ricorda solo per un unico brano.
Così mi sono messo ad ascoltare il suo nuovo lavoro, che si chiama semplicemente "÷", per capire se approfondire la sua conoscenza o lasciarlo lì tra gli incompiuti.

La prima sensazione è quella di uno che non ha ancora deciso quale percorso seguire, perché il disco è abbastanza eterogeneo. Che potrebbe essere un bene, in generale. Ma nel suo caso a me sembra più un disturbo bipolare della personalità. Per esempio nel primo brano Sheeran inizia facendo uno speech, e prosegue rappando. Seconda canzone: pieno pop.
Oppure più avanti si hanno due canzoni di seguito in cui nella prima, "New Man", usa il synth e il canto viene scratchato. Nella successiva "Hearts don't Break around Here", invece si ritorna all'Ed Sheeran chitarra, voce e testo smielato, tipo la canzone che l'ha lanciato.

Insomma, è un brutto disco? No, assolutamente. È carino e si lascia ascoltare. In questo senso si potrebbe definire molto pop. Però, se avesse le idee un po' più chiare, le contaminazioni tra generi diversi potrebbero essere più interessanti. Riprovaci, Ed.