20 ottobre 2021

Norwegian Wood

Potrei descrivere "Norwegian Wood" di Haruki Murakami come un romanzo di formazione giapponese, ma sarebbe alquanto riduttivo. Innanzitutto per la qualità della scrittura di Murakami: semplice, nitida,  lineare. Non so se sia consono descrivere così uno stile, ma sono le prime parole che mi vengono in mente. Una prosa coinvolgente e molto fruibile.

Ma a parte questo dettaglio, quello che mi ha conquistato di questo libro è il gioco dei contrasti: amore e morte, felicità e depressione, amicizia e solitudine. Watanabe, protagonista del libro, vive questi contrasti in maniera genuina, senza chiedersi troppo il perché ma vivendoli, quasi attraversandoli. 

Sarà il periodo della vita che sto passando, ma tra le pagine ho trovato diversi spunti interessanti, che ben si conciliano con quello che mi frulla per la testa.

Insomma, un masterpiece (questo l'ho scoperto solo in una seconda fase, quando la maggior parte delle persone a cui ne parlavano mi dicevano che lo avevano già letto) che non delude affatto.


“La morte non era più qualcosa di opposto alla vita. La morte era già compresa intrinsecamente nel mio essere, e questa era una verità che, per quanto mi sforzassi, non potevo dimenticare”

11 ottobre 2021

Goliath - stagione 4

Mi sono accorto che non ho recensito la stagione 3 di Goliath. Sono abbastanza sicuro che il mondo andrà avanti lo stesso. O almeno spero, che non voglio avere questa responsabilità sulle spalle.

Avevamo lasciato il buon Billy McBride (il sempre adorato Billy Bob Thornton) a terra, ferito a morte da una pallottola sparata da un fucile. Lo ritroviamo ancora lì, stranamente vivo. Viene soccorso, ricoverato e rimesso bene o male in sesto, ma con gravi danni sulla sua salute, specialmente quella psichica.

Ecco, partendo proprio da questo aspetto psicologico, vi dico subito che la quarta stagione di Goliath è molto onirica, quasi lynchiana. Una serie di allegorie popolano i sogni di Billy, dando vita a mondi paralleli, in cui Billy si perde e rischia sempre di morire. Ora, io non sono un fan di David Lynch, ma neanche un detrattore. Credo solo che sia un tantino sopravvalutato. Eppure (ci sta un "eppure" qua? Boh!) questi aspetti onirici penso che abbiano dato una bella marcia in più alla stagione.

Insomma, se la terza non era male, ma un tantino inferiore alle prime due (mia opinione, of course), quest'ultima l'ho trovata veramente bella. Sarà anche il tema trattato dal punto di vista legale: le grandi case farmaceutiche americane e la loro attitudine a creare nei pazienti vere e proprie dipendenze da farmaci (per aumentare il profitto, of course), anziché pensare al bene e curare le malattie.

ma quanto è figo quest'uomo qui?


28 agosto 2021

le mie ferie da single - parte 2: Montecampione

Due settimane a Montecampione con le mie figlie: se la prima settimana di vacanza è stata all'insegna della spensieratezza, nella seconda parte delle ferie ho fatto - giustamente - il papà. Oltre ai doveri da casalinga, ho cercato di tenere le ragazze impegnate, di stimolarle con escursioni e cose così.

Elena durante una gita al Lago Moro

Ma c'è stato anche un secondo aspetto interessante: se nei primi 7 giorni c'erano ancora i miei (pochi) amici con cui farsi una bevuta serale o qualche gita durante il giorno, in quelli rimanenti, quando gli altri papà già riprendevano la routine lavorativa, mi sono ritrovato costretto a trascorrere più tempo da solo e di conseguenza fare i conti con me stesso.

Penso che la sfida più importante per me in questo momento sia riuscire a fare pace con me stesso e imparare a stare bene da solo. Se ripenso alla mia vita sono praticamente sempre stato fidanzato/sposato e in mezzo agli amici. Ecco, trasferendomi in un città che non conosco e dove non ho amici, dovrò imparare ad essere un po' eremita e capirmi meglio. Vorrei anche andare da uno psicologo. Magari non subito, ma sarebbe interessante.

23 agosto 2021

le mie ferie da single - parte 1: Tenerife

Dopo nonsoquantimila anni, avevo una settimana di ferie solo per me. Ufficio chiuso, figlie con (ex)moglie e io da solo per una settimana. Tra le mille opzioni che mi sono balenate per la testa, la scelta più giusta da tutti i punti di vista è stata andare a Tenerife a trovare Danilo, un amico che si è trasferito là più di un anno fa.

io e Danilo sulla Montaña Roja

Non so che idea abbiate voi delle Canarie, ma io sinceramente mi aspettavo una roba abbastanza diversa da quella che mi si è presentata davanti agli occhi per 7 giorni. Vero è che Danilo mi ha evitato le "Rimini" dell'isola, facendomi vedere posti molto particolari.

Insomma: poca spiaggia (e quella poca messa alla prova dal vento forte), tanto trekking, buone bevute e ottime mangiate. Sono riuscito a staccarmi da tutto e da tutti, anche se ci ho impiegato qualche giorno a entrare nel mood giusto.

Danilo - ma non ne dubitavo - padrone di casa eccezionale, che mi ha sopportato con le mie menate e mi ha trasferito un po' dell'entusiasmo di cui lui abbonda. Ci siamo pure portati 2 tende dall'altra parte dell'isola e abbiamo bivaccato una notte in una landa desolata e sperduta, di fronte al mare. Esperienza bellissima.

preparazione del bivacco


21 agosto 2021

sono single

Adesso lo posso dire più o meno a chiunque: da qualche mese mi sono separato da mia moglie e sono tornato single. Era già da qualche anno che le cose non andavano per il meglio. O forse sarebbe meglio dire che non andavano e basta. Eravamo a un punto fermo, da troppo tempo. Una di quelle situazioni di stallo da cui non riesci a uscire se non con una soluzione drastica.

E così dal primo di settembre mi trasferisco a Bergamo. Nuovo casa, nuova città. Ennesimo capitolo da aprire nella mia vita. Mi ci butto tanto entusiasta quanto timoroso. 

Così come il mio umore, che ultimamente si è fatto molto altalenante: nel corso della stessa giornata passo da uno stato di euforia a una sorta di depressione. Sono contento di avere nuove opportunità, così come temo di essere pervaso dalla solitudine. Devo stabilizzarmi, anche se non so bene come.

19 maggio 2021

La vita davanti a sé

Il vantaggio di avere un amico (nonché ex collega) come Gabriele e di incontrarsi in libreria è una serie di consigli letterari di un certo livello. L'ultima volta che ci siano visti, alla Feltrinelli di Piazza Piemonte, vagavamo tra gli scaffali, quando lui ha preso in mano "La Vita davanti a sé" di Romain Gary e mi ha detto: "questo è un grande classico. Se non lo hai letto, devi farlo assolutamente". 

Ora, voi non conoscete Gabriele e non sapete che le sue parole non sono mai tinte di arroganza o saccenza, quindi di lui mi posso fidare ciecamente. E di conseguenza ho comprato il libro al volo, senza chiedergli altro. 

Per gli interessati, il libro è una sorta di romanzo di formazione di un giovanissimo Momò (diminutivo di Mohammed) ambientato a Belleville, in una Parigi suburbana e multiculturale. È narrato in prima persona, infatti vediamo il mondo coi suoi occhi e anche con i suoi errori grammaticali. 

Il protagonista, figlio di una prostituta, vive in una sorta di casa accoglienza, tenuta da una ex prostituta ormai anziana che si occupa di tutti quei ragazzi che non hanno la possibilità di una vita normale e che le madri non vogliono affidare a un orfanotrofio. Questa, in poche righe, la trama.

Il libro è veramente imperdibile, come suggeritomi. Se vi è piaciuta la saga Malausséne, sappiate che questo libro è stato scritto 20 anni prima e non ha veramente nulla da invidiare a Pennac. Si ride, ci si commuove e si vede la vita con gli occhi disincantati di un ragazzino che vive una situazione particolare, ma che per lui è assolutamente normale.



18 gennaio 2021

I shot my love today...

 "So kill your health and kill yourself

And kill everything you love

And if you live you can fall to pieces

And suffer with my ghost..."



02 gennaio 2021

uno sguardo al 2020

Per tutto il mondo il 2020 rimarrà impresso nella memoria come "l'anno del Coronavirus". Sui vari social si prodigano le feste per essersi lasciati alle spalle un anno funesto e maledetto.

Sì, è vero, poteva andarci meglio, però tutto sommato non è stato così male.

Innanzitutto ho cambiato lavoro e - due mesi dopo - l'agenzia per cui lavoravo (non potendo licenziare gli assunti per questioni legali) ha tagliato tutti i collaboratori da un giorno all'altro. E io che contratto avevo? Di collaborazione, appunto. Insomma, una fortuna mica da ridere.

Poi c'è da dire che nel nuovo lavoro mi trovo bene, ho un ruolo che mi piace e ho trovato gente simpatica. E non solo: sono riuscito anche a tirare dentro il buon Guglielmo, con cui mi faccio sane risate.

Insomma, è ovvio che tutti noi preferiremmo uscire, abbracciarci e andare ai concerti. Però tutto sommato, il bilancio del 2020 per me è positivo. 



15 dicembre 2020

proprio come Te

Alla fine il buon vecchio Nick Hornby si sta trasformando in Anne Tyler, sua scrittrice preferita (stando a una sua intervista di parecchi anni fa). Infatti, appena ho finito di leggere il suo ultimo libro, Proprio come Te, ho avuto la stessa sensazione: narrazione di storie "piccole", fatte di gente comune e di vita quotidiana. Uno sguardo onesto che, pur davanti a scelte ordinarie, ci pone davanti a domande profonde e decisioni importanti.

È la storia di due persone che non c'entrano niente l'una coll'altra: differente estrazione sociale, differente età, differenti abitudini e differente situazione familiare. Ma allora cosa accomuna i protagonisti di questo libro? 

Probabilmente il fatto che nessuno dei due appartiene al contesto in cui vive. Né Lucy - insegnante 40enne e madre di due bambini - né Joseph - ragazzo 22enne nero che si arrangia con piccoli lavori - sentono veramente di appartenere al mondo che frequentano. 

In un Inghilterra spaccata in due dal referendum sulla Brexit, i due si conoscono e si frequentano grazie e nonostante le loro differenze, estranei in un contesto sociale in cui non si ritrovano e con tutta la fragilità delle loro vite.

Come dicevo, Nick Hornby ci parla di argomenti comuni, ma riesce a smuovere i sentimenti più profondi.




26 settembre 2020

Brassic

"Ricorda molto il Guy Ritchie di Lock & Stock" mi ha detto Guglielmo, sapendo di far breccia nel mio cuore con poche parole. Ed è bastata quella frase per convincermi a vedere Brassic, mini serie britannica che al momento conta due stagioni all'attivo.

Per adesso ho visto solo la prima, ma l'amore è stato immediato. Storie di provincia inglese, che vede un gruppetto di amici sopravvivere grazie a vari espedienti (piccoli furti, coltivazione e spaccio di erba, ecc). Ogni volta combinano casini e, quando finalmente uno dei casini è risolto, scoprono di essere finiti in uno ancora più grande. Le risate sono assicurate, ma anche qualche lacrima riuscirà a comparire sul vostro volto.


27 agosto 2020

cambiare l'acqua ai fiori

Cambiare l'acqua ai fiori, di Valérie Perrin, è stato un po' il caso letterario di questa primavera estate 2020. Infatti l'ho comprato per curiosità, attirato dagli elogi che ne decantavano la bellezza.

Devo ammetterlo: il libro non è niente male, lo si legge in fretta (nonostante le quasi 500 pagine) e la storia è interessante. Ma io non vedevo l'ora che finisse.

Sì, perché queste operazioni commerciali dopo un po' stufano. Capisci che è una storia scritta a tavolino per farti rimanere incollato alle pagine. Non c'è un vero trasporto di emozioni.

E per me quello dovrebbe fare l'artista: trasmetterti le sue emozioni. Non cercare di vendere il più possibile con un libro paraculo. Mi sono spiegato?



19 agosto 2020

umami

Ci sono libri che si scrivono con la testa e altri col cuore. Nella mia mente di solito questa divisione corrisponde a: maschile/raziocinio/testa vs femminile/emozioni/cuore. Ma recentemente mi è capitato un libro che sembra scritto con la pancia.

Umami, della scrittrice messicana Laia Jufresa, è un libro che sfugge a qualsiasi logica, infatti non ha un inizio e non ha una fine, così come non ha una sequenza temporale costante. Un libro corale dove conosciamo la vita di alcune persone che, per casualità, vivono nello stesso comprensorio, con il giardino in comune.

Storie diverse, lutti, speranze, misteri, domande: c'è un po' di tutto in questo libro, così come non c'è niente. Non c'è un episodio scatenante, o un evento da cui si parte per seguire un filo logico. Ci sono delle persone di cui approfondiamo - pagina dopo pagina - le singole vite.

È un libro bello? È un libro brutto? Lo consiglieresti? Non so veramente rispondere. È sicuramente particolare e in alcuni tratti commovente, quello sì.



17 agosto 2020

Montecampione 2020

Estate strana, questa del 2020. Soprattutto a causa del Covid, che ha cambiato alcune abitudini degli italiani. Molti sono rimasti in terra nostrana, un po' perché all'estero la nostra presenza non era gradita, in quanto focolaio dell'epidemia, un po' perché la paura ti fa stare vicino a casa.

Dal canto nostro, noi abbiamo rinunciato alla tradizionale vacanza in Sardegna, perché fino a inizio giugno non si capiva bene se si poteva approdare in terra sarda e con che modalità. Così abbiamo investito i soldi di quella vacanza in un'altra e finalmente, dopo anni e anni di tira e molla con Dalia, abbiamo fatto la nostra prima vacanza estiva in montagna.

"E come hai fatto a convincerla?" chiederete voi. In realtà tutto nasce dai problemi di socialità (non gravi, per carità) di nostra figlia Anita. Abbiamo pensato che inserirla in un gruppo di ragazzi già esistente, grazie alla presenza dirompente di Valentina, sua amica nonché figlia del mio storico amico Gabriele, sarebbe stato un tentativo che valeva la pena percorrere per sbloccarla. E così fortunatamente è stato. 

Insomma sono state due settimane abbastanza serene (nonostante nella prima delle due io abbia dovuto lavorare) come speravo, in memoria delle vacanze in Trentino che facevo con la mia famiglia quando eravamo piccolini. Gite all'aria aperta, tante attività sportive e buona compagnia. E anche parecchio mangiare e bere, ovviamente. 

Le mie figlie mi hanno chiesto almeno una decina di volte se l'anno prossimo ci possiamo tornare. Rimane da convincere la moglie.



01 luglio 2020

in treno

Oggi primo viaggio in treno sulla tratta Milano - Bergamo. Fino a metà giugno ho lavorato da casa, poi ho presenziato in ufficio un po’ a singhiozzo, e in quei casi sono andato con la macchina. 
Da oggi 1° luglio ho deciso di risparmiare un po’ di soldi e di usare il treno. Ho fatto l’abbonamento alla stazione di Lambrate (con una facilità che non mi aspettavo) e 

Devo dire che i viaggi in treno mi sono sempre piaciuti, specialmente la mattina. Lo trovo un modo per iniziare la giornata con calma, magari leggendo in libro, ma anche solo guardando fuori dal finestrino e riordinando un po’ le idee.
Il milanese imbruttito che è in me mi ha fatto tirare fuori il computer e infatti sto scrivendo con il portatile sulle ginocchia. Mi sento molto manager. Sono pure riuscito ad attivare l’hotspot del mio telefono Samsung (che per me è ancora un aggeggio sconosciuto) e mi sento molto figo.

Comunque, per festeggiare questa nuovo capitolo della mia vita, giustamente piove. Sennò era troppo facile.

07 giugno 2020

la Schiuma dei Giorni

La Schiuma dei Giorni è un libro del dopoguerra, esattamente del 1947, scritto da Boris Vian ed è considerato un romanzo di quelli "da leggere". È un libro divertente, surreale e slegato da ogni convenzione che la letteratura imporrebbe, specialmente quella di metà del 1900.

Mi ha ricordato i giorni del liceo in cui, con l'amico Giorgio, ci divertivamo a scrivere cose senza senso e sconnesse tra di loro. Ero un nostro passatempo, un divertissement, senza alcuno scopo.
Leggendo le prime pagine de La Schiuma dei Giorni ho avvertito lo stesso senso di leggerezza e di volontà di divertirsi.
Cosa ne fa dunque un romanzo considerato di culto (mentre le nostre rimarranno sempre delle boiate)? Forse i fattori sono due.

Il primo è che questo romanzo non è del tutto "senza senso": mentre si procede nella lettura si avverte la critica a diversi aspetti della vita parigina, dalla guerra alla religione, fino addirittura al mondo intellettuale di cui Parigi si è sempre fatta vanto.

Il secondo è che lo stile della scrittura va di pari passo con l'evoluzione della storia: per cui se all'inizio - dove il protagonista è innamorato - è tutto un'invenzione di ricette culinarie assurde e situazioni surreali, verso la fine - in cui la situazione si fa drammatica - la scrittura si fa più asciutta e cupa.
Non solo, mentre il dramma si consuma, le cose materiali cambiano: la casa si stringe, le persone invecchiano precocemente, ecc.
Se questo libro fosse un quadro, probabilmente sarebbe un Dalì.



23 maggio 2020

post triste sulla figura paterna

È passato quasi un mese da che mio padre ha subito un intervento al cuore. O meglio: era entrato all'ospedale per una visita di controllo e non è più uscito. L'hanno trattenuto e poi spostato in una clinica specializzata per un'operazione urgente a una delle valvole cardiache che aveva deciso di non funzionare più.
L'operazione è andata bene e uno pensa "ok, il più è fatto". In realtà durante la degenza post-operatoria e poi la riabilitazione, le conseguenze di un intervento così importante su un uomo di 80 anni si sono fatte sentire parecchio. È anche riuscito a cadere e rompersi un spalla, con ulteriori conseguenze negative sul fisico e sull'umore.

Insomma, è un po' di anni che avrei dovuto accorgermene, ma adesso è inequivocabile: mio papà è vecchio. Non sto dicendo anziano, in là con l'età, dico proprio vecchio.
Ed è una cosa che, per qualche dinamica mentale che mi sfugge, io non sono mai riuscito ad accettare.
Negli ultimi anni si è fatto curvo, trascina i piedi, ripete le cose, si addormenta (e russa) ogni volta che tocca il divano. E questa cosa mi urta terribilmente. Vorrei che d'un colpo mio padre tornasse... chessò... sessantenne. Vivace, attivo, brillante.

Sicuramente uno psicologo saprebbe spiegare nel dettaglio i motivi di questa mia reazione. Io posso solo vedere come ai miei occhi venga meno la figura paterna, autoritaria, severa ma integerrima che mi ha accompagnato per tanti anni. E non mi dà fastidio il fatto che si stia avvicinando alla morte; ho messo in conto da anni che mio padre un giorno non tanto lontano morirà. Mi irrita come ci sta arrivando.

Oggi finalmente è tornato a casa e mia sorella ha fatto un video dell'incontro dei miei genitori dopo un mese di lontananza (penso che dal matrimonio in avanti, non si siano separati per più di un paio di giorni).
In quel video mio padre ha una sorta di crollo di nervi e a un certo punto si mette a piangere. Io non l'ho mai mai mai visto piangere in tutta la mia vita. Questa cosa mi ha scosso a tal punto che non sono neanche riuscito a finire di vedere il filmato: come ha iniziato a piangere, ho spento il telefono.
Perché ho tutte queste difficoltà ad accettare che mio padre stia invecchiando? Magari qualcuno di voi mi sa aiutare.

07 maggio 2020

c'era una volta la cucina

Da buona casalinga, la cucina è sempre stata il mio regno. Ed è sempre stata l'unica stanza che bene o male manteneva un suo ordine.
Poi è arrivato il corona virus e con esso le lezioni online. E Anita ha scelto la cucina come suo angolo studio dove seguire le lezioni e fare i compiti.
Come dicono gli americani, it's over.


01 maggio 2020

delle serie tv e delle incazzature che mi prendono

Ho terminato quasi in contemporanea la quarta stagione de La Casa di Carta e la terza di Atypical.
E vabbè, la differenza salta subito all'occhio, o forse dovrei dire che salta subito al mio sistema nervoso: la prima mi fa incazzare, la seconda mi rilassa.
E non mi sto riferendo al plot narrativo, perché una parla di una rapina e l'altra è una (atipica, appunto) family comedy. Sto proprio parlando del fatto che La Casa di Carta non vedevo l'ora che finisse, mentre Atypical vorrei che non finisse mai.

Nell'ormai vastissimo mondo delle serie tv si stanno delineando dei prodotti che nascono apposta per farti rimanere incollato allo schermo e per farti dire "no, adesso come faccio fino alla prossima stagione?".
Prendiamo l'esempio de La Casa di Carta, appunto. Le prime due stagioni - totale 22 episodi - potevano tranquillamente essere concentrati in una decina di episodi, e sarebbe stata una serie molto figa.
Non vivo sulla Luna, conosco anche io le regole del marketing, quindi a malavoglia cedo e mi guardo tutte e 22 le puntate, con punte di noia mista a insofferenza, ma vabbè.

Quando esce la terza stagione, un po' riluttante la guardo. L'incipit è bello, devo ammettere, ma poi la qualità scende e mi ritrovo a dover aspettare la quarta stagione per vedere come finisce el atraco.
Insomma arriva 'sta quarta stagione, me la vedo tutta, nonostante alcuni irritanti risvolti stile "Beautiful", e quando arriva alla fine cosa scopro? Che la rapina non è finita e devo aspettare la quinta stagione!
La sensazione di sentirsi presi per il culo è veramente tanta.

hanno pure riesumato Berlin, morto nella seconda stagione, l'unico personaggio veramente interessante.

Insomma, per vincere la noia della serie spagnola, mi sono guardato in parallelo la terza stagione di Atypical. E lì finalmente mi sono riconciliato con le serie tv.
Perché se da una parte, come dicevo, ho la sensazione di essere un rincitrullito, che gli sceneggiatori prendono per il culo a loro piacimento, nella family comedy in oggetto, mi sento a mio agio.
I personaggi sono tutti veritieri, con pregi e difetti talmente poco mascherati che ogni tanto hai la sensazione che non sia recitata, ma abbiano messo delle telecamere nascoste nella casa di una reale famiglia americana.

È una famiglia dove si sbaglia, si impara, e magari si sbaglia di nuovo, ma - santoiddio - chi non ha mai ripetuto un proprio errore nella sua vita.
E ti sembra di essere il loro vicino di casa, perché arrivi a conoscere tutti così bene che vorresti vederne una puntata ogni giorno. E talvolta impari anche con loro, perché certe scene ti fanno pensare alle scelte e ai comportamenti che hai fatto e ti porti appresso nella tua vita di tutti i giorni.
La terza serie l'ho adorata, forse anche più delle prime due. O forse solo perché la vedevo in contemporanea con La Casa di Carta e la differenza di voglia di vedere una nuova puntata era così differente che me l'ha fatta apprezzare di più.


Sam e Casey: fratelli talmente veri nelle loro reazioni, prese per il culo, litigi, che non si può che fare un plauso agli attori e al regista.

13 aprile 2020

i dischi della mia vita - born to run (1975)

Ogni tanto ho bisogno di riascoltarmi Born to Run, non so bene perché.
Sarà perché è il primo disco che abbia mai ascoltato di Bruce Springsteen.
Sarà perché è l'unico disco del Boss che non mi stanca mai.
Sarà perché è uno degli ultimi dischi di Bruce che è ancora tutto genuino.
O sarà anche per quella copertina magnifica che, quando la aprivi, si componeva di un'immagine a due (dove l'altro è Clarence "Big Man" Clemons) che ispirava una simpatia congenita.
No, quest'ultima cosa non c'entra niente, perché, quando l'ascolto, lo ascolto e basta.

Ma torniamo all'origine: io nel 1975 mica c'ero.
O meglio, c'ero ma ascoltavo al massimo i Matia Bazar o i Pooh. D'altronde avevo solo 5 anni, che pretendete?
M'imbattei per caso in questo disco nella Biblioteca di Celle Ligure.

Dovete sapere che all'inizio degli anni '80 ci fu questo evento straordinario: l'apertura della biblioteca di Celle, appunto. Si trovava nei locali della scuola elementare ed era costituita da 2 stanze di dimensione abbastanza ridotte. C'erano pochi libri, ma  - meraviglia inaspettata - c'era uno stereo, con delle cuffie attaccate. (d'altronde in biblioteca si sta in silenzio)
E all'interno del classico mobiletto nero dello stereo, al piano più basso, c'erano una trentina di LP.
All'epoca io ovviamente non possedevo uno stereo, ne' tantomeno delle cuffie con cui isolarmi e ascoltarmi la musica per i cavoli miei, quindi - nei giorni successivi all'apertura, mi ascoltai alcuni dei dischi presenti. Quando arrivai a Born to Run, beh, l'innamoramento fu immediato.
E non avete idea di quante volte tornai in biblioteca solo per ascoltare quel LP. Mi ricordo ancora di una volta che alzai lo sguardo e vidi la bibliotecaria che rideva sotto i baffi e mi fece segno di fare silenzio, col classico gesto dell'indice davanti alla bocca. Chissà che suoni scomposti stavano uscendo dalla mia bocca in quel momento.

Penso sia prerogativa solo dei grandi artisti riuscire a realizzare qualcosa che sia al tempo stesso orecchiabile, ma che cresce con il passare degli ascolti. Eh, beh, direi che Bruce nel 1975 ci riuscì in pieno.
D'altronde un disco che comincia con "Thunder Road"...


12 aprile 2020

ogni mattina a Jenin

Tra le tante lacune che ho nel mio patrimonio culturale compare anche quella sull'eterna guerra Israele-Palestina, lacuna anche abbastanza grave, visto che è avvenuta a non molti chilometri dall'Italia.
Potrei a questo aggiungere una nota ironica, ovvero che ho scioperato talmente tante volte per la situazione palestinese, quando ero al liceo, che qualcosa dovrebbe essermi rimasta in testa. In realtà, penso come per molti altri, per me era solo una scusa per saltare scuola.

Certo, crescendo qualche cosa si impara e le occasioni di approfondire un qualsiasi tema, dall'approdo di internet in avanti, sono sempre presenti, quindi non sono totalmente all'oscuro di quanto successo in quelle terre.
Ma sentirselo sbattere in faccia con un racconto diretto, beh, quella è un'altra cosa. Tanto che anch'io come Amal, la protagonista di Ogni Mattina a Jenin mi sono trovato a chiedermi: "come può il mondo permettere che questo succeda?"

Insomma, questo è un libro tanto bello quanto struggente. All'inizio ho fatto un po' di fatica a entrarci con la testa, ma poi sono stato assorbito completamente. Ovviamente non è un libro facile: ti ritrovi davanti a tanti di quegli orrori e a situazioni assurde, che bisogna avere lo stomaco forte, per poterle affrontare. Però lo consiglio vivamente, soprattutto a coloro che hanno bisogno di un ripasso di storia contemporanea.
Piccola precisazione doverosa: essendo in buona parte un racconto in prima persona, la visione della storia non è imparziale.