20 ottobre 2017

sempre più foos

Nel panorama musicala internazionale, probabilmente il gruppo che incontra maggiormente i miei gusti musicali sono i Foo Fighters. Ho già speso parole di elogio per Dave Grohl e il suo gruppo e con l'uscita del nuovo disco, probabilmente non farei altro che confermare tutto ciò che ho scritto in passato.
In effetti Concrete and Gold, così come il precedente Sonic Highways mi piace tantissimo. E così come per il precedente, l'aspettativa è talmente alta, che il primo ascolto mi fa dire "tutto qui?".
Poi, ascolto dopo ascolto, la goduria cresce, i brani iniziano a separarsi l'uno dall'altro, trovando una propria identità e le mie orecchie accarezzano linee di basso, seconde voci e altre peculiarità che mi fanno entrare sempre più in profondità nelle melodie del gruppo americano.

La costante crescita musicale dei Foos, secondo me, si vede soprattutto in questo: la complessità delle loro canzoni. Nati dalle ceneri di quello che veniva chiamato grunge, genere che preferiva la genuinità e la grettezza dei suoni alla patinatura di alcuni gruppi musicali, con il passare del tempo le melodie si sono stratificate, i suoni diventati più complessi, ma tutto questo è successo senza perdere la potenza del rock energico.

Ascoltando questa loro ultima fatica, mi sovviene un'intervista fatta per il ventennale dell'uscita di Superunknown dei Soundgarden, in cui Dave Grohl racconta quegli anni e come tutti quelli che ruotavano intorno alla scena musicale di Seattle stessero cercando il giusto equilibrio tra le melodie dei Beatles e la "cattiveria" dei Black Sabbath. E sempre Grohl dice che, quando ascoltò per la prima volta "Black Hole Sun", lui disse "ecco, loro ci sono riusciti".
Beh, ascoltando canzoni come "The Sky is a Neighborhood", mi sembra che il buon Dave stia ancora perseguendo quell'equilibrio. E per me ci sta riuscendo alla grande.


28 settembre 2017

havas

Tra gli aggiornamenti che mi sento di fare su questo blog, sicuramente quello più rilevante riguarda l'ambito lavorativo.
Come forse ricorderete, mi sono licenziato da quella che era la mia vecchia agenzia. Ma proprio mia nel senso che ero uno dei soci. Questa separazione è avvenuta con non poco dolore ma soprattutto con parecchi rancori che mi hanno avvelenato la bile. Vi basti pensare che ancora mi capita di sognare i miei ex partner in situazioni in cui discuto e mi incazzo.
Da parte loro credo che non ci sia nessun tipo di ripensamento, purtroppo. Dico "purtroppo" non perché desidero tornare indietro, ma perché conosco i soggetti in questione e si saranno trovati mille giustificazioni pur di convincersi che abbandonarmi al mio destino era la cosa giusta da fare.
La delusione umana che ne è derivata è talmente grande che penso mi trascinerò le ferite ancora per parecchio tempo. E i miei incubi notturni non possono che avallare la mia ipotesi.

Dopo alcuni mesi a fare il freelance per vari clienti (avrei dovuto seguirne anche un paio che avevo nella struttura precedente, o almeno così mi era stato promesso e giurato, ma non se n'è visto manco mezzo e - soprattutto - nessuno mi ha chiamato per dirmi che così non sarebbe stato), ho iniziato a collaborare con alcune agenzie.
Fortunatamente questo è successo grazie ai buoni rapporti che ho sempre avuto con diversi ex colleghi. Tra le varie porte che si sono aperte quella più grande e gratificante è quella di Havas, agenzia di portata internazionale con diversi clienti di un certo spessore.
Attualmente ho un contratto con loro fino a fine anno e poi si valuterà se l'operato è stato buono e se mi rinnoveranno il contratto o diversamente mi lasceranno a casa.

Due sono le cose che mi rendono soddisfatto in questo momento, una di carattere lavorativo, l'altra di stampo personale.
La prima è che mi hanno messo nel reparto "digital", nonostante la mia esperienza in materia fosse limitata. Questo fatto mi permette di imparare un sacco di linguaggi nuovi e di venire in contatto con programmi nuovi, che sto lentamente approciando. Mi perdonerete la retorica se vi dico che il bello di lavorare in questo campo è che non ci si ferma né tantomeno ci si annoia mai.

La seconda riguarda la vita quotidiana. Una delle grandi battaglie - perse, of course - nella precedente agenzia consisteva nel cercare di creare un ambiente lavorativo piacevole, dato che (altra retorica) si passa minimo 8 ore tra le mura dell'ufficio, tanto vale farlo divertendosi. La costante ansia di un mio ex socio e le manie di controllo dell'altro, avevano reso il posto una sorta di lager, tanto che gli amici che mi venivano a trovare stentavano a credere che quella fosse un'agenzia di pubblicità.
Nell'open space dove lavoro adesso, grazie a una età media che - levando me - si aggira intorno ai 28 anni, c'è una sensazione di costante piacevole casino. Tutti si aiutano l'uno con l'altro, c'è musica, si ride e si scherza. E si lavora, pure parecchio. Ma la leggerezza con cui si vivono le giornate è impagabile.

Se volete un esempio, guardate il video qua sotto. Era un venerdì sera d'estate, verso le 19,00. Ovviamente avremmo voluto essere già tutti usciti dall'ufficio. Ma già che ci tocca lavorare, tanto vale prenderla con filosofia.



25 settembre 2017

still here

Mi dispiace abbandonare questo blog, anche se temo che presto questa cosa succederà.
Gli impegni si moltiplicano, il tempo libero scarseggia e - most of all - la mia situazione lavorativa non sa bene quale direzione prenderà, per cui ogni minuto libero lo dedico a vari corsi di aggiornamento. E quei rari giorni in cui non faccio corsi o non sto dietro alla famiglia, svengo sul letto o sul divano, magari guardando una puntata di una serie tv.

In questo turbinìo riesco a stento a dare un senso ai miei pensieri, quindi figuriamoci a metterli in un italiano decente e trascriverli qua.
Ma ci voglio provare lo stesso, proprio perché è un periodo di grandi cambiamenti e mi sembra giusto lasciare una traccia di quello che mi frulla per la testa.
Che poi in futuro non lo rileggerò mai questo è un altro discorso...

la foto non ha nessun collegamento con il post. L'ho messa così, senza motivo.

16 giugno 2017

Green Day live @ Monza

Ero preparato a pogare insieme ai ragazzini, e invece il concerto di ieri sera all'Autodromo di Monza, già dal primo arrivo mi ha riservato una sorpresa: c'era un sacco di gente sui 30/40 anni. Poi ho fatto mente locale e ho pensato che Dookie è del '94; son passati più di vent'anni. E anche i fan dell'ultima ora, insomma, dall'uscita di American Idiot sono passati 13 anni. Tanto giovincelli non devono essere neanche loro.

Sono arrivato nel prato antistante il palco che i Rancid praticamente stavano salutando. Tempo di trovare l'entrata al "Golden Circle" (quello che ho sempre chiamato "pit") e mi piazzo bene in centro, abbastanza vicino al palco, giusto al di là della schiera dei superfan. Sono soddisfatto.

Alle 21,00 in punto, come da programma, comincia il concerto in maniera assai singolare, con un coniglio gigante che sale sul palco e balla sulle note di "Hey yo, let's go" dei Ramones (fra l'altro, ho visto parecchia gente con la maglietta dei Ramones, ieri sera). Mi sfugge il perché di questa entrée, ma pazienza. Poi, sulle note dell'aria di "il buono, il brutto e il cattivo", scritta da Morricone, finalmente entrano loro tre. Che poi sono 6, perché ci sono ben tre turnisti.
Comincia il vero concerto con "Know your Enemy" e la gente impazzisce. Neanche il tempo di sparare un "Buonasera, Monza" che Billie Joe inizia coi suoi "say yeeee-oooh" per far cantare il pubblico (e alla fine dello show se ne conteranno veramente troppi). Già durante la prima canzone una ragazza sale a cantare, e - finita la sua parte - viene praticamente spinta da BJA a fare stage diving.

E niente, il concerto dura due ore e mezza ed è tutto così: coinvolgimento del pubblico (ben tre saliranno sul palco a cantare/suonare), adrenalina a palla e musica a ritmo serrato, eccezion fatta per le ultime due canzoni "Ordinary World" e "Good Riddance (time of your life)" eseguite in acustico dal solo cantante.

Mentre torno a casa, penso che sicuramente è stato un concerto imperdibile. Ma soprattutto uno spettacolo, perché - se si può muovere una critica al trio californiano - tanto la musica è bella e coinvolgente, quanto loro rendono il tutto un baraccone composto di luci, suoni, esplosioni un po' sopra le righe. Mi sono divertito un sacco, per carità, ma andava bene anche una cosa un po' più contenuta.


15 giugno 2017

dilemmi paterni - parte 1

Tre giorni fa c'è stato il saggio della scuola di danza di mia figlia Anita. La "Dancehouse" ha due tipi di corsi: danza classica e danza acrobatica, chiamata Kataklò, che poi è quella che pratica Anita da ormai 4/5 anni.
Per la prima volta in vita mia non mi sono annoiato a un saggio, perché lo spettacolo è stato veramente carino. Hanno rappresentato Mary Poppins, alternando i due stili di danza e consentendo ad ogni alunno, anche i più piccolini, di avere il proprio spazio su un palco notevole quale quello del Teatro Nuovo di Piazza San Babila, a Milano.
In tutto ciò, Anita interpretava uno degli spazzacamini nella scena del ballo sul tetto, calcando il palco per 4/5 minuti su un'ora e mezza di rappresentazione.



Ecco, proprio a causa dell'esiguo minutaggio, non mi sono premurato di invitare parenti e amici vari, perché parto sempre dal presupposto che non gliene possa fregare di meno e che magari si sentano obbligati a venire. Sia chiaro: alla fine dello show ero orgogliosissimo di mia figlia. Ma è mia figlia, non quella di altri. Quindi allo spettacolo eravamo Dalia, Elena e io.

Poi succede che finito il tutto andiamo a mangiare qualcosa lì vicino, insieme alla cuginetta, che faceva parte pure lei dello show, insieme ad Anita. E lì mi salta all'occhio la differenza. A vedere la cuginetta c'erano: i genitori, gli zii, una nonna, un'altra cugina, la migliore amica e la bellezza di 3 - dicasi tre - tate, di cui una con il fidanzato. Un rapporto di 3 (noi) a 11 (loro).

E io che mi sento sempre in difetto nei confronti del mondo ho subito pensato "vedi, se mia figlia non è abbastanza sicura di sé, è colpa mia che non ho valorizzato abbastanza la sua performance agli occhi degli altri". Anche perché dovevate vedere la scena: c'era questa tavolata lunga, con noi 4 relegati in un angolino, mentre la cugina era al centro del lato lungo e (sarò sicuramente io che ho una visione parziale delle cose) sembrava la vera star della serata, con tutti che le facevano i complimenti, eccetera.

A prescindere dal fatto che uno fa il cazzo che vuole e invita chi vuole allo spettacolo della figlia, mi chiedevo quale sia la linea che demarca la sicurezza di sé dall'egocentrismo. Quanto è giusto fomentare la sicurezza in se stessi e fino a che punto?
Visto che uno cerca sempre di migliorarsi e di non ripetere gli errori dei genitori (* su questa ci torno presto), cerco costantemente di capire come fare in modo che mia figlia non sia un'insicura, senza farle credere che è al centro del mondo, cosa che normalmente a 10 anni già credono di essere.

14 giugno 2017

di nuovo tibie

Ci sono voci che ti infastidiscono e voci che ti scaldano il cuore già dal primo ascolto.
Conosco un sacco di gente irritata dalla voce di Carmen Consoli, per esempio. Così come c'è una mia amica che non può ascoltare i Muse a causa del timbro vocale di Matt Bellamy.

Al contrario, io adoro James Mercer già dalla prima volta che ci siamo "incontrati". La sua vocina indie mi culla verso un mondo parallelo fatto di calma e piccole gioie. Musicista molto interessante e autore di liriche spesso ironiche, il buon James trova nei The Shins il suo megafono favorito, essendone il compositore e ormai anche l'unico produttore nel nuovo lavoro "Heartworms".

Il disco - come il precedente "Port of Morrow" - per alcuni versi risente delle influenze elettroniche che Mercer ha percorso con il suo amico Danger Mouse nel progetto Broken Bells, come per esempio in "Cherry Hearts", la mia traccia preferita, o in "Dead Alive", che sembra proprio un pezzo dei BB.
Dall'altro lato, invece, per le ballate, si adagia sulle sue radici indie folk, come in "Middlehall" o nella title track "Heartworms".

Nel complesso un disco bello bello, che mi accompagna quotidianamente ormai da un paio di mesi.



18 maggio 2017

Chris Cornell 1964-2017

E niente, se n'è andato. Non si capisce ancora come sia potuto succedere, ma se n'è andato.
Ho sperato a lungo si trattasse di una bufala, perché stamattina proprio non me ne capacitavo, ma ormai la notizia è confermata.

Non sono bravo a scrivere epitaffi e in effetti non so perché sto scrivendo queste righe. Ma mi sembra impossibile non rendere omaggio a uno dei più grandi personaggi che la musica rock abbia avuto negli ultimi anni.
Quando mi chiedevano "che dono di natura vorresti avere?" ho sempre risposto "la voce di Chris Cornell negli anni '90". Ma in realtà quello che più gli ho invidiato era la capacità di scrivere canzoni magnifiche una via l'altra: con i Soundgarden, con gli Audioslave, ma anche da solo.

Mi mancherai veramente tanto, Chris. Ma proprio tanto.