Sempre a proposito della multietnicità di Milano (ne parlavo nel post precedente) volevo segnalarvi quanto ho vissuto ieri sera.
Ieri abbiamo fatto merenda tardi e quindi, al termine dei nostri giri domenicali, ci accingevamo a tornare a casa alle 19,30.
Visto che sono uno strenuo sostenitore del non rinchiudersi in casa, propongo a Dalia di andare a fare un altro giro, forte del fatto che fosse ancora chiaro e la temperatura, dopo una giornata torrida, iniziava a farsi accettabile.
Andiamo quindi ai giardini di piazza Insubria (300 metri da casa nostra).
Lo scenario che salta subito all'occhio è dei più allegri: un centinaio di bambini urlanti e giocanti sparsi per tutti i giardini.
Chi si rincorreva, chi andava in bici, chi giocava con i vari scivoli e costruzioni, chi mangiava il gelato, etcetera.
Il classico colpo d'occhio che hai quando entri in un parco pubblico verso le 4 o le 5 di pomeriggio. Non certo alle 8 di sera.
E qual era, allora, la differenza (a parte l'orario)? Era che - lo giuro! - Anita era l'UNICA bambina italiana. Potrei esagerare e dire che era l'unica di carnagione chiara (e qui si sprecherebbero battute sul pallore congenito che mia figlia ha ereditato da sua madre).
Il parchetto era pieno di bambini di almeno mezza dozzina di nazionalità diverse che giocavano insieme. Parlando italiano benissimo, ovviamente.
Sono i figli dell'immigrazione massiccia degli anni '80 e '90.
Non so a voi, ma a me 'ste cose scaldano il cuore. Perché se è vero che l'integrazione parte dal basso (dai bambini, appunto) ieri sera lo scenario era dei più ottimistici.
nella foto: i giardini di Piazza insubria. Purtroppo non ho trovato una foto migliore.Etichette: Milano, società